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L'amore non conosce misura

Ri-cordare l’amore di Dio  e s-cordare il male  del fratello

Questa domenica la Liturgia della Parola ci dona una parabola presente solo nel vangelo di Matteo: la parabola del servo spietato. Il perdono fraterno era una pratica riconosciuta dal giudaismo, ma si discuteva sul numero leggittimo dei  perdoni. Il numero quattro era considerato come il massimo traguardo. Pietro dimostra una generosità maggiore di quella dei rabbini essendo disposto a perdonare sette volte. Dice a lui Gesù: «Non dico a te fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Dalla domanda di Pietro e dalla risposta di Gesù emergono due punti di vista a proposito del perdono: l’uno formale e quantitativo, quello di Pietro, l’altro, teologico e qualitativo, quello di Gesù. La misericordia non è una serie di azioni da compiere, ma uno stile di vita; l’amore non conosce misura.

Per spiegare questo concetto Gesù racconta la Parabola del servo Spietato, ci avviciniamo ad essa attraverso un’opera d’arte tedesca del XVI secolo.

Il pittore pur raffigurando le tre scene principali del racconto, non fa una cronistoria. Inverte la seconda e terza scena e  ponein primo piano la conclusione della storia. Cerchiamo di comprendere perché.

Fu condotto a lui un debitore di diecimila talenti. È l’inizio della parabola, ma non l’inizio della storia dei protagonisti. Davanti al re viene condotto un debitore; la cifra è più simbolica che reale; è una somma spropositata, incolmabile. Il talento non era una moneta, ma un’unita di peso, corrispondente a circa 40 kg. Diecimila talenti rappresentano un debito che il servo non avrebbe mai potuto ripagare. Dio non ha limiti nella sua pietà, è disposto a perdonare tutto, anche il peccato più terribile.  E’ la scena che il pittore pone dentro una casa. Osserviamo il servo è sì prostrato, ma non è umiliato, pentito. Non chiede perdono, ma dilatazione del pagamento. Nella sua presunzione crede di potercela fare.

Eppure non riceve la dilatazione del debito da lui richiesta, ma il condono; è restituito alla sua piena dignità e libertà. Ma l’amore eterno di Dio non è un colpo di spugna;  non è mai un far finta che il peccato non ci sia mai stato, ma è un reale intervento che trasforma la persona, e che chiede un cambiamento di vita.  Ri-cordare l’amore di Dio  e s-cordare il male del fratello. Dio usa misericordia e rende l’uomo capace di misericordia.

Tutto ciò nel servo perdonato non avviene: appena gli si offre l’occasione dimostra che nulla è cambiato: gli sono stati condonati 10.000 talenti ma non condona appena 100 denari.  Il pittore ha raffigurato questa scena in lontananza per indicare che  era l’atteggiamento consueto di quella persona: veniva da una vita  fondata sull’egoismo e senza un briciolo di pietà.  L’incontro con l’Amore divino era stato solo apparente ed occasionale: era stato un non-incontro.

schiavo bastardo… Il padrone si rivolge al servo chiamandolo malvagio, bastardo, perché questi si comporta come se non fosse stato generato da quel padre generoso ma figlio di un’ altra persona,  egoista, taccagna.  Dio è fedele nella sua misericordia: il pittore raffigura questo concetto ponendo a fianco al re, in primo piano, un cane, simbolo di lealtà; l’uomo non fa altrettanto!   Il peccato più grave che distrugge il nostro essere figli è il non relazionarci agli altri con lo stesso amore misericordioso.