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Io sono la resurrezione e la vita

La resurrezione di Lazzaro è l’ultimo miracolo, ma anche quello piu’ importante, riportato dall’evangelista Giovanni. E’ l’apice della Rivelazione che il Figlio dell’uomo fa di se stesso..io sono la resurrezione e la vita.

Siamo a Betania, piccolo villaggio distante pochi chilometri da Gerusalemme. In una famiglia dove Gesù ama andare, per l’accoglienza calorosa e amicale dei suoi componenti, si sta vivendo un lutto: Lazzaro, fratello di Maria e Marta sta morendo. Arrivato troppo tardi, Gesù richiama Lazzaro alla vita affermando: Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato!

Visto da un’ottica storica l’evento straordinario è il gesto scatenante per cui il Nazareno verrà condannato a morte. Dando la vita a un morto, Gesu’ è condannato a morte! Ma possiamo vedere il miracolo anche da un altro punto di vista, quello teologico, ovvero quello che cerca di individuare nella storia dell’uomo i segni che rimandano a ciò che la storia trascende, al piano salvifico che Dio ha per l’uomo. Allora le cose si invertono totalmente. Accettando su di sè la morte il Figlio di Dio ha strappato dalla morte i mortali, gli uomini.
Due piani, eternità e mortalità che, in quel miracolo, si intersecano. La resurrezione di Lazzaro diventa spunto che quasi anticipa la vera resurrezione, quella di Cristo, quando veramente l’eternità potrà scorrere nelle vene della mortalità e sublimarla.

Un’opera d’arte che dà forma e colore a questa interpretazione del miracolo  è un olio su tela di Rembrand, custodita oggi al County Museum di Los Angeles.

Remnrandt, Resurrezione di Lazzaro, 1660, Los Angeles
Remnrandt Harmenszoon van Rijn, Resurrezione di Lazzaro, 1660, Los  Angeles.

 All’osservatore appaiono subito, fortemente marcati ed evidenti,  i due assi, quello verticale, delineato dalla persona di Gesù e quello orizzontale, piatto, definito dalla tomba di Lazzaro. Il divino (asse verticale) che, in Gesù, si innesta nel mondo, (asse orizzontale). Il braccio imponente di Gesù, che  ordina al morto di ritornare in vita, è illuminato da una bagliore radioso proveniente dalla destra; Gesù ordina alla luce di irradiarsi sulle tenebre della morte.

Ci sono molti spettatori, di lato a Gesù, quasi ingoiati dall’oscurità, che assistono attoniti la scena. Uno di essi guarda altrove, verso le armi che sono ben in vista sulla tomba: un arco con frecce e una spada. Particolari non evangelici, utilizzati dal pittore a simboleggiare  l’ora della violenza dell’inimicizia, dell’odio. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (Mt 10, 34). Essere cristiani non risparmia dalle azioni cruente! Mentre dipinge questa tela, il pittore, in un  Olanda attraversata da lotte intestine per questioni teologiche, vede morire il padre e iniziare la guerra svedese dei trent’anni.

Infine osserviamo le due sorelle, Marta e Maria. Quest’ultima  raffigurata di spalle, è l’unica che guarda Gesù. Precedentemente era andata incontro a Gesù e  vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!  Così la dipinge Rembrandt: ai piedi del Signore che si commuove profondamente per il dolore dell’amica. L’altra sorella è raffigurata, con le braccia alzate,  illuminata pienamente dalla luce. E’ la chiave di lettura di tutto il quadro: Marta,  e lo stesso Gesù,  non stanno guardano, come sarebbe logico, Lazzaro tornato in vita. Guardano davanti, oltre la scena, verso un futuro che da lì a poco diventerà presente. Guardano verso la vera resurrezione, quella di Gesù.